Fonte: Il Corriere del Farmacista - Novembre 2015


La questione omeopatia e la carenza dei rimedi

Anche i farmacisti si saranno accorti della progressiva riduzione, in termini di disponibilità, dei prodotti omeopatici complessi,
quelli cioè che prevedono più componenti nello stesso prodotto. Dal punto di vista puramente normativo, la vicenda che riguarda i medicinali omeopatici e l’autorizzazione all’immissione in commercio (AIC) è giunta alla fase operativa, che peraltro sembra scontentare tutti gli attori coinvolti.

Quello che invece rimane sul campo è un dibattito dai toni molto accesi, contraddistinto da accuse, ripicche e prese di posizione che evidenziano, se mai ce ne fosse bisogno, quanto la “questione omeopatia” rimanga controversa in ogni ambito, anche quando esula da quello strettamente legato all’efficacia di questa scelta terapeutica. Proviamo a fare il punto della situazione.
Una vecchia diatriba
E’ dal 1992 che la disputa sui medicinali omeopatici è all’ordine del giorno. Quell’anno, la Comunità europea approvò due direttive che affrontavano il problema del “prodotto omeopatico” da trasformare in “medicinale omeopatico”. 

 

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A dare voce ai produttori di medicinali omeopatici é Giuseppe Spinelli della Cemon: «L’obiettivo  della nostra azienda, che opera da oltre quarant’anni anche nella diffusione della medicina omeopatica, è la reperibilità del farmaco che, essendo individualizzato, spesso esce dalle logiche del mass market.

Noi siamo convinti che sia più che mai opportuno che le aziende e l’agenzia del farmaco si siedano a un tavolo tecnico, con l’obiettivo di raggiungere i due più importanti obiettivi del comparto in questo momento: la sicurezza dei prodotti immessi in commercio e la possibilità da parte del pubblico di trovarli facilmente in farmacia. Secondo una ricerca condotta dell’ECHAMP
(European Coalition on Homeopathic and Anthroposophic Medicinal Products), le difficoltà nella reperibilità dei rimedi omeopatici crea un forte ostacolo al loro sviluppo. I problemi esistono in ogni paese d’Europa, ma l’Italia rischia di diventare la nazione meno virtuosa sotto questo profilo».

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