Leif Parsons - NYC

 

Tornare alla comprensione della specie umana è questione rilevante perché costituisce il presupposto a qualsiasi progetto sociale ed esistenziale.
Tuttavia, la questione, se lasciata soltanto alle discipline umanistiche potrebbe rivelarsi non esaustiva.
Infatti, le tante branche di esse, dalla filosofia al diritto, dalla storia alle arti creative, hanno descritto con dettaglio e genio le loro interpretazioni della peculiarità della cosiddetta “natura umana”, in un continuum di infinite permutazioni. Queste discipline, infatti, non hanno spiegato perché noi, come specie, abbiamo le caratteristiche che ci contraddistinguono e non altre, da un vasto numero di possibilità concepibili.
In questo senso, le discipline umanistiche, prevalentemente determinate dal linguaggio della teologia e della metafisica, non hanno rappresentato una comprensione secolare dell’esistenza della nostra specie, per cui riproponiamo la questione della specie umana: cosa siamo?

Allora, la chiave per affrontare questa questione sta nella circostanza e nel processo che resero possibile l’emergere della nostra specie. La condizione umana è un prodotto della storia, e non solo dei sei millenni della nostra civiltà, ma risale a molto più indietro, in centinaia e centinaia di millenni. Questa evoluzione, biologica e, poi, culturale, senza soluzione di continuità, deve, ancora, essere esplorata per avanzare una risposta adattiva idonea alla questione di chi siamo come specie in relazione alle nuove condizioni socioculturali.

Quindi, quando vista in tutta la sua intera traversata, biologica e culturale, la storia dell’umanità diventa la chiave per comprendere come e perché la nostra specie sia sopravvissuta.2

 

Finora, tale narrazione, nella costruzione della realtà sociale e del consenso, è stata interpretata dalle società umane, prevalentemente, come il dispiegarsi di un disegno soprannaturale, al cui autore è dovuta fedeltà e obbedienza. Ma, tale interpretazione confortante è diventata meno sostenuta dalla conoscenza amplificata del mondo reale. Così, via via, dalle interpretazioni tradizionali del passato, le storie di una creazione sono state miscelate con le scienze umane per attribuire un significato all’esistenza della nostra specie.

 

Sebbene l’attribuzione di un senso all’esistenza della specie umana sembra essere di capitale importanza nella costruzione del consenso culturale attorno alla realtà sociale in cui si vive, è proprio intorno all’istanza dell’elaborazione di questa legittimità che i collettivi sociali si frammentano, in quanto animati da sensi diversi e/o contrapposti. Questa conflittualità, determinante di quanto ci accade come collettivi viventi, rimane, però, celata nel retroscena dell’agorà allestito per la rappresentazione della vita, con tutti i suoi argomenti relativi alla disoccupazione, al costo del denaro, alle istituzioni politiche e via dicendo. Ammettendo “la necessità” di un’elaborazione di senso secolare dell’esistenza della specie umana, quale presupposto alla concertazione sociale, è tempo di prendere in considerazione ciò che la scienza può dare all’umanità e l’umanità alla scienza, in una comune ricerca di una risposta più saldamente fondata alla questione della specie.

 

Per cominciare, i biologi hanno documentato l’origine biologica del comportamento sociale avanzato nell’uomo, simile a quello che si verifica altrove nel regno animale. Utilizzando gli studi comparativi di migliaia di organismi, dagli insetti ai mammiferi, la conclusione è che le società più complesse sono emerse attraverso l’EUSOCIALITÀ, cioè attraverso un vero condizionamento sociale.3 I membri di un gruppo eusociale allevano i giovani in modo cooperativo e per più generazioni. Essi dividono il lavoro attraverso la consegna, da parte di alcuni membri, di almeno una parte delle loro produzioni personali, in modo di aumentare le possibilità di sopravvivenza e riproduttive di altri membri della loro stessa collettività.

 

L’eusocialità si distingue come una stranezza in un paio di modi. La prima è la sua estrema rarità. Su centinaia di migliaia di lignaggi di animali in evoluzione sulla Terra, nel corso degli ultimi 400 milioni di anni, la condizione dell’eusocialità, per quanto siamo in grado di determinare, è sorta solo, circa, due dozzine di volte, dato, probabilmente, sottostimato a causa di un errore di campionamento. Ciò nonostante, si può essere certi che il numero di condizioni per l’eusocialità è stato molto piccolo.

 

Inoltre, le specie eusociali conosciute sorsero molto tardi nella storia della vita. Sembra, anche, che l’eusocialità non si sia manifestata durante la grande diversificazione degli insetti nel Paleozoico, da 350 a 250 milioni di anni fa, periodo durante il quale la varietà di insetti si avvicinava già a quella di oggi, ne vi sono evidenze alcune di specie eusociali durante il Mesozoico fino alla comparsa delle prime termiti e formiche tra i 200 e i 150 milioni di anni fa.4 (Ricordiamoci che noi, esseri umani, siamo apparsi solo di recente, a seguito di decine di milioni di anni di evoluzione tra i primati).

 

Una volta raggiunto il comportamento sociale avanzato dell’eusocialità, esso si è rivelato un grande successo eco – sociologico. Dalle due dozzine di lignaggi indipendenti, solo due negli insetti – le formiche e le termiti – dominano a livello mondiale gli invertebrati sulla terra. Anche se sono rappresentati da meno di 20 mila delle milioni di specie di insetti viventi conosciute, le formiche e le termiti compongono più della metà del peso del corpo complessivo degli insetti della Terra.5

La storia della eusocialità solleva una questione: dato l’enorme vantaggio che essa conferisce, perché questa forma avanzata di comportamento sociale è stata così rara e in lungo ritardo? La risposta sembra essere la speciale sequenza di cambiamenti preliminari evolutivi che debbono verificarsi prima che il passo finale verso l’eusocialità possa essere intrapreso. In tutte le specie eusociali analizzate ad oggi, il passo preliminare all’eusocialità è la costruzione di un nido protetto, dal quale i viaggi di foraggiamento possano cominciare e all’interno del quale i piccoli possano essere allevati alla maturità. I costruttori originali di questi nidi possono essere femmine solitarie, una coppia o un piccolo gruppo debolmente organizzato. Quando questo passo preliminare è stato raggiunto, tutto ciò che è necessario per creare una colonia eusociale consiste, per i genitori e i figli, nel rimanere al nido e collaborare nell’allevamento di nuove generazioni di giovani. Tali accorpamenti primitivi, poi, sembra si dividano facilmente in attività di soggetti raccoglitori di foraggi propensi al rischio e, viceversa, in soggetti avversi ai rischi.

Dopo questa impostazione preliminare, la domanda pertinente è: cosa ha portato un lignaggio di primati al rarissimo livello dell’eusocialità? I paleontologi hanno documentazioni discrete che mostrano che in Africa, circa due milioni di anni fa, le circostanzepreliminari per l’eusocialità nella specie umana erano già in atto.6 Infatti, una specie del, principalmente, vegetariano Australopiteco, spostò la sua dieta per includere una dipendenza molto più elevata di carne.7 Tuttavia, perché un gruppo potesse provvedersi di una dieta, così energetica, come la carne, la cui fonte era così dispersa nel territorio, non era opportuno vagare scioltamente e in modo erratico, come ancora, oggi, fanno gli attuali scimpanzé e bonobi (scimmie antropomorfe) per procurarsi da mangiare. Fu, infatti, più efficiente allestire un accampamento (quindi, stabilire il nido) e inviare fuori dallo stesso cacciatori che potessero dedicarsi alla caccia, uccidere e portare la carne a casa, condividendola con gli altri membri del gruppo. In cambio, i cacciatori ricevevano la protezione dell’accampamento per le loro proli giovani tenute lì.

Da studi effettuati su umani “moderni”, tra cui i cacciatori raccoglitori, la cui vita ci dice tanto circa l’origine della specie umana, gli psicologi sociali hanno dedotto la crescita mentale che ha avuto inizio con la caccia e l’accampamento.8 Un premio è stato posto sulle relazioni personali volte sia alla competizione che alla cooperazione tra i membri. Il processo è stato incessantemente dinamico ed esigente e ha, di gran lunga, superato in intensità qualunque cosa di simile sia stata vissuta dalle orde monadiche scarsamente organizzate delle maggiori società di animali. L’eusocialità richiedeva una buona memoria, sufficiente per valutare le intenzioni dei membri della comunità e per prevedere le loro risposte nell’arco del tempo. Questo si tradusse in una capacità di inventare e di provare, all’interno della comunità, futuri scenari di interazioni concorrenti.

 

L’intelligenza sociale dei pre-umani stabiliti in accampamenti si è evoluta come una sorta di gioco agli scacchi non-stop.9 Oggi, al capolinea di questo processo evolutivo, le nostre immense banche di memoria sono attive collegando passato presente e futuro. Esse ci permettono di valutare le variabili prospettiche e le conseguenze di alleanze, legami, contatti sessuali, dominio, inganno, fedeltà e tradimento. Noi, istintivamente, ci compiacciamo nel raccontarci storie infinite circa gli stati interiori degli altri. Il meglio di questo si esprime nelle arti creative, la teoria politica e altre attività di alto livello, quelle che chiamiamo le discipline umanistiche.

 

Una parte cruciale della lunga storia dell’evoluzione, evidentemente, ha avuto inizio con il primitivo Homo Habilis (o una specie strettamente legata ad esso) due milioni di anni fa.10 Prima dell’Homo Habilis, i pre-umani erano stati, per così dire, ‘animaleschi’. In gran parte vegetariani, successivamente, indicizzati come ‘umani’, ma la loro capacità craniale rimase della misura attribuibile allo scimpanzé, pari o inferiore a 500 cm³. A partire dal periodo dell’Homo Habilis la capacità craniale è cresciuta vertiginosamente: da 680 cm³ nell’Homo Habilis, a 900 cm³ nell’Homo Erectus e, circa, a 1.400 cm³ nel Sapiens.

L’espansione del cervello umano è stato uno degli episodi più rapidi di evoluzione di organi complessi nella storia di ciò che conosciamo come ‘vita’.

 

Eppure, riconoscere il raro incontro di primati che hanno collaborato non è sufficiente a spiegare il pieno potenziale degli umani “moderni” che la capacità cerebrale fornisce. I biologi evoluzionisti hanno cercato la grande ‘incubatrice’ dell’evoluzione sociale avanzata, cioè la combinazione di forze e circostanze ambientali che hanno consentito una maggiore longevità e una riproduzione di più successo nel possesso di una elevata intelligenza sociale. Al momento vi sono due teorie concorrenti di questa ‘forza principale’.

 

La prima è la selezione della parentela: gli individui favoriscono i parenti collaterali (altri parenti diversi dalla propria prole o discendenza) facilitando lo sviluppo dell’altruismo tra membri dello stesso gruppo. L’altruismo, a sua volta, genera organizzazioni sociali complesse e, in un caso che ha coinvolto un grande mammifero, il livello dell’intelligenza umana.11 La seconda, una teoria argomentata più recentemente, ritiene che l‘incubatrice sia stata una selezione a più livelli. Questa formulazione riconosce due livelli in cui opera la selezione naturale: la selezione individuale basata sulla concorrenza e la cooperazione tra membri dello stesso gruppo, e la selezione di gruppo, che nasce dalla competizione e cooperazione tra i gruppi. La teoria della selezione multilivello sta guadagnando favore tra i biologi evoluzionisti a causa di una prova matematica, recente, che indica che la selezione di parentela può sorgere solo in condizioni particolari che, palesemente, non esistono, e a fronte di una migliore applicazione della selezione a multilivelli a tutte le due dozzine di casi di animali noti dell’evoluzione eusociale.12 I ruoli di entrambe le modalità di selezione, quella individuale e quella di gruppo, sono, indelebilmente, impressi (prendendo a prestito la frase di Darwin) nel comportamento sociale. Come previsto, siamo intensamente interessati alle minuzie del comportamento di coloro che ci circondano. Il gossip è un argomento prevalente di conversazione in tutto il mondo, dai cacciatori-raccoglitori degli accampamenti fino alle corti dei reali. La mente è una mappa mutante degli altri, come in un caleidoscopio, dove ciascuno è disegnato emotivamente in tonalità di fiducia, amore, odio, sospetto, ammirazione, invidia, religiosità e socialità. Siamo spinti, in modo compulsivo, a creare e ad appartenere a gruppi, variamente nidificati, sovrapposti o separati, grandi e piccoli. Quasi tutti i gruppi competono, in un modo o in un altro, con quelli di tipo simile. Tendiamo a pensare ai nostri gruppi come superiori e troviamo la nostra identità al loro interno.

L’esistenza di competizioni e conflitti, questi ultimi spesso violenti, è stata una costante delle società come testimoniano i reperti archeologici.13 Queste ed altre caratteristicheche noi chiamiamo “natura”, sono così profondamente radicate nelle nostre emozioni e abitudini di pensiero da sembrare parte di una “natura” più larga, come l’aria che respiriamo e il macchinario molecolare che attua tutta la vita. Ma non lo sono. Perché sono tratti ‘culturali’ idiosincraticiereditatiche definiscono la nostra specie.

Le principali caratteristiche delle origini biologiche culturali della nostra specie sono sottoposte, oggi, allo scrutinio interdisciplinare e, con questo allargamento di visione comprensiva, si accresce il potenziale di un contrasto più fecondo tra scienza e discipline umanistiche. La convergenza tra queste due branche del sapere sarà di enorme importanza quando abbastanza persone abbiano partecipato alle nuove visioni bio-culturalistiche circa la specie umana che questo sapere comprensivo genera. Dal punto di vista della scienza, la genetica, le neuroscienze, la biologia evolutiva, la paleontologia, saranno tutte viste sotto una luce diversa. Agli studenti verrà insegnata la preistoria e la storia convenzionale come il più grande poema epico del mondo vivente.

A questo punto, è ipotizzabile che avremmo una visione più secolare e relativista del nostro posto nellacosiddettanatura. Forse saremmo esaltati, davvero, in quanto menti di una biosfera, capaci di stupirci e con una immaginazione sempre più mozzafiato. Tutto ciò, rimanendo ancora parte della fauna e della flora della Terra. Siamo legati ad essa non solo per fisiologia ma anche per via delle nostre emozioni e della nostra storia evolutiva. È azzardato pensare a questo pianeta come ad una stazione di connessione verso un mondo migliore, immaginando di poterlo trasformare in una nave spaziale frutto dell’ingegneria umana. Contrariamente all’opinione comune, demoni e dei non si contendono la nostra fedeltà in felicità o infelicità. Da un punto di vista embriologico siamo una sorta di auto-assemblaggio, di fai-da-te. Da una prospettiva esistenziale, siamo un modo di esistere nel mondo. Inoltre, la nostra solitudine di specie è davvero un evento evoluzionistico recente. In definitiva, una comprensionepiù realistica e pragmatica della nostra condizioneè ciò che conta per una sopravvivenza a lungo termine degli individui e della specie a cui apparteniamo e, di conseguenza, per la ridefinizione dei nostri progetti socio-esistenziali, siano essi di carattere politico,imprenditoriale, lavorativo e familiare, e per la rinegoziazione del bio-potere che condiziona ogni aspetto della vita quotidiana.

Di: Rinaldo Ocatavio Vargas, sociologo  & Eugenia D’Alterio, biologa.

BIO Educational Papers – MEDICINA COSTRUZIONE SOCIALE NELLA POST-MODERNITA’ – RETROSCENA


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1 Wilson, Edward O., “Consilience: The Unity of Knowledge”, Knopf, New York, 1998

 

2 Wilson, Edward O., “The Social Conquest Of Earth”, Liveright Publishing Corporation, New York, 2012

 

3 Nowak, Martin A., Corina E. Tarnita & Edward O. Wilson, “The evolution of eusociality” Nature 466: 1057-1062 (2010)

 

4 Ware, Jessica L., David A. Grimaldi, & Michael S. Engel, “The effects of fossil placement and calibration on divergence times and rates: An example from the termites

(Insecta: Isoptera)” in Arthropod Structure and Development 39: 204-219 (2010)

Wilson Edward, O., and Bert Holldobler, “The rise of the ants: A phylogenetic and ecological explanation,” Proceeding of the National Academy of Sciences, USA 102(21):

7411-7414 (2005)

 

ivi

 

6 Zalmout, Iyad S. et al., “New Oligocene primate from Saudi Arabia and the divergence of apes and Old World monkeys,” Nature 466: 360-364 (2010)

 

7 Braun, David R. et al., “Early hominin diet included diverse terrestrial and aquatic animal”, Proceeding of the National Academy of Sciences, USA 107 (22): 10002-10007 (2010)

 

8 Finarelli, John A. and John J. Flynn, “Brain-size evolution and sociality in Carnivora,” Proceeding of the National Academy of Sciences, USA 106(23): 9345-9349 (2009)

 

9 Brown, Roger, Social Psychology, p. 553. New York: Free Press, 1985

 

10 Henke, Winfried, in Franz M. Wuketits and Francisco Ayala, eds., Handbook of Evolution, vol. 2, The Evolution of Living Systems (Including Humans) (Weinheim: Wiley-

VCH, 2005), pp. 117-222

 

11 Wilson, Edward O., “One giant leap: How insects achieved altruism and colonial life,” Bio Science 58 (1): 17-25 (2008)

 

12 Nowak, Martin A., Corina E. Tarnita & Edward O. Wilson, “The evolution of eusociality” Nature 466: 1057-1062 (2010)

13 Le Blanc, Steven A., Constant Battles: The Myth of the Peaceful, Nobel Savage. St. Martin’s Press, New York, 2003