a cura di Rinaldo Octavio Vargas, sociologo

& Eugenia D’Alterio, biologa

Direttore e curatrice di BIO Educational Papers Medicina Costruzione Sociale Retroscena, trimestrale edito da CEMON

 

Metaphysics by Gary Barwin, Ontario, 2011

 

Quando ci troviamo trasportati dalla fine di un anno solare al successivo, apparentemente senza alcuno sforzo o intenzionalità, la temporalità delle nostre vite ci appare evidente. Il tempo trascorre e con esso la nostra vita, dissolvendo in cose, processi ed eventi, come modalità del suo divenire, in cui ogni essere può  realizzarsi o, anche, distruggersi. Il tempo è una dimensione in cui tutto, noi compresi, è transitorio, provvisorio e destinato a finire irreversibilmente.

Molti filosofi hanno cercato di interpretare ciò che significa esistere non solo come esseri temporali, ma consapevoli di esserlo. Come dobbiamo, allora, interpretare la realtà della nostra temporalità? Questa esigenza nasce con l’uomo e lo accompagna da sempre nella costruzione della sua evoluzione con le sue varie culture. Qualunque sia il metodo utilizzato, naturale (osservazione degli eventi ciclici: giorno-notte, fasi lunari, stagioni e quant’altro) o strumentale (costruzione di strumenti meccanici), l’esigenza umana di misurare il tempo ha consistito e consiste nel collocare una serie di avvenimenti in una scala ordinata di eventi.

Così, dalla costruzione dei primi strumenti meccanici come la clessidra, la pendola, il cucù, agli orologi più sofisticati, la tecnologia ha portato ad una misura sempre più omologata del tempo nella vita quotidiana, rappresentandolo come un certo numero di momenti omogenei che si ripetono (secondi, minuti, ore e così via) tanto che ‘gli agenti moderni’ (gli uomini con autodeterminazione) si sono trovati sempre più commisurati in un ambiente così identificabile. Oggi, misuriamo ed organizziamo il tempo come mai prima, e procuriamo di non ‘perderlo’ o ‘sprecarlo’, come se il tempo fosse fatto di una materia finita o fosse contenitore nel quale cerchiamo di mettere più esperienze possibili.

Il tempo scandito dall’orologio, strumento anche di status symbol, è il tempo delle nostre vite postmoderne, altamente coordinate e interconnesse. È il tempo della pianificazione e del controllo, di definizione degli obiettivi e di come raggiungerli in modo efficiente (competitività sociale). Noi ci muoviamo metaforicamente, attraverso di esso, come conduttori d’auto: calcoliamo le distanze percorse mentre coordiniamo i nostri movimenti con quelli degli altri piloti, passando attraverso un ambiente che non è quasi mai particolarmente significativo (ma provvisorio e momentaneo) perché presto è solo osservabile dal retrovisore.

La società moderna è inimmaginabile senza la definizione della “temporalità” dell’esistenza. Con l’invenzione del cronometro poi abbiamo avuto un ulteriore discriminante dell’efficienza, come velocità sociale, trasformando ogni istituzione ed ogni prestazione umana in risultati da record. La fabbrica, l’ufficio, i trasporti, gli affari, la scuola, la politica, lo sport, l’informazione e quant’altro, anzi quasi tutto ciò che facciamo e che ci riguarda, in maggior o minor misura,  risultano controllati dalla temporalità.

Se nel passato l’osservazione dei cicli quali le stagioni, l’alternarsi del giorno e della notte, le fasi lunari, hanno gestito la nostra consapevolezza circa la temporalità, essa era,  certamente, vissuta a ritmi di vita più fluidi e riconosciuta, anche, in una visione metafisica, certo in consonanza con i rituali delle società di allora e con il loro avanzare tecnologico.

Tornando ad oggi, nonostante la nostra crescente dipendenza dalla temporalità nel gestire le nostre vite, proviamo una certa resistenza ad accettarla per cui aneliamo ad una vita libera da essa.

Di fatto, essa intensifica ed esaspera il nostro senso di transitorietà, perché nell’intendere la temporalità come una successione di momenti cadenzati, la nostra esperienza sarà quella di una perpetua perdita: ogni momento è un mero passaggio da ciò che non potrà mai tornare ad essere a ciò che non è ancora stato. Della “temporalità”, il filosofo Schopenhauer ha detto: “ogni momento è solo nella misura in cui ha cancellato il suo generatore, cioè il momento precedente, per essere a sua volta altrettanto rapidamente cancellato. Passato e futuro […] sono tanto vuoti e irreali come qualunque sogno, e il presente è solo il loro confine, non avendo né durata né estensione”.

Come “uscire dalla” temporalità? Schopenhauer  sostiene che l’esperienza estetica ci svincola dalla realtà e quindi dalla sequenzialità temporale. Un’opera di Renzo Piano e un brano musicale possono essere così travolgenti da ritrovarci trasportati nell’essenzialità immutabile o nel minimalismo mutevole che ci offrono. Qualunque merito abbia questa visuale, promette una tregua momentanea. Quando, per l’osservatore e/o l’uditore l’atto di trascendenza volge al termine, necessariamente ci si ritorna nella temporalità quotidiana o nell’esperienza della sua lacerazione..

La temporalità moderna genera anche un problema di significato esistenziale. L’”ora” del tempo dell’orologio è contingente: è neutra, rispetto al genere di significato convenzionale, e storico. E noi come ci collochiamo in tutto questo? Cosa dobbiamo fare con noi stessi in un mondo apparentemente privo di profondità e di senso collettivo? Dall’idea che ‘quanto fatto’ era l’emanazione di un’autorità di ordine superiore, l’agente moderno (l’uomo con autodeterminazione) si rivolge al futuro staccando la spina della tradizione. La temporalità è lì per essere colta. Siamo imprenditori e consumatori in una società liquida in rapido spargimento. Guardiamo in avanti piuttosto che indietro, al nuovo piuttosto che al vecchio, e mentre la prospettiva di un grande spazio di innovazione e cambiamento è aperto, sembra che abbiamo perso il senso del significato evolutivo collettivo, che chi è venuto prima di noi aveva in abbondanza, e  con esso stiamo, anche, perdendo il senso di comunità.

La filosofia moderna, specialmente nella tradizione europea, contiene innumerevoli tentativi sia di diagnosticare che di rimediare la situazione. Alcuni pensatori, Schopenhauer tra essi, hanno sperato che la filosofia potesse identificare i modi con cui poter sfuggire alla moderna cornice del tempo. Altri, come Heidegger, hanno cercato di dimostrare che il tempo dell’orologio non è così fondamentale come spesso si pensa che sia. In aggiunta, al tempo oggettivo dell’orologio, sostengono, vi sono le temporalità dell’esperienza umana e dell’impegno, che meritano di essere esplorate e analizzate. Forse il tempo dell’orologio è solo un modo di esprimere la temporalità tra le altre possibilità. Se è così, non è ovvio che il tempo dell’orologio debba essere sempre il nostro modo preferito di auto-determinazione della temporalità. Forse, dobbiamo riconoscere una tensione nella vita umana tra le esigenze del tempo scandito meccanicamente e quelle temporalità ‘altre’, della vita come è, soggettivamente, vissuta.

Per diversi motivi il concetto di fuga sembra il meno promettente. Come potremmo mai sfuggire al tempo dell’orologio? Dove andremmo? Se la risposta dipendesse da una sorta di fuga individuale, forse come in Schopenhauer (al regno senza tempo delle pure essenze metafisiche), avremmo la necessità di dimostrare che una tale uscita sia effettivamente plausibile. Ma ha senso concepire una realtà senza tempo? Probabilmente no. La realtà mutevole è necessariamente temporale.

Forse dobbiamo ripiegare sull’alternativa che coinvolge un ripensamento della temporalità. Sì, c’è il tempo dell’orologio, ma in aggiunta ci sono temporalità meno disciplinate. Vi sono, senza dubbio, le temporalità del corpo e psiche umana e della terra. Ugualmente significativa è la nostra modalità di interpretare noi stessi e le nostre relazioni con gli altri esseri umani, modalità profondamente plasmata dalle nostre interpretazioni di temporalità. Noi non ci limitiamo a vivere nella fluttuante “ora” di Schopenhauer. La vita umana piuttosto è una continua e altamente complessa negoziazione tra memoria, gli impegni esistenti e le esigenze e aspettative future.

Se un mio amico mi restituisce l’auto che mi aveva chiesto in prestito il giorno precedente, io capisco e interpreto la sua azione considerandola il compimento di una promessa – accordo. Il senso che faccio di essa sarà basato sul ricordo che ho della promessa, nonché sulla conoscenza del modo in cui le promesse creano impegni e costringono le persone a piani ed azioni future. Vi è sempre l’interazione tra memoria e  azioni, tra impegni e inferenze, e tutto ciò apre e presuppone, comunque, uno spazio temporale.

Anche forme dirette di conoscenza implicano una tale interazione. Noi vediamo le gemme fiorire come manifestazioni di primavera e le collochiamo temporalmente, invocando le sequenze associate con i cambiamenti ambientali stagionali nella biosfera, dall’inverno alla primavera, dall’estate all’autunno. E tutto questo accade mentre si concretizza l’intero processo della temporalità in termini di concetti quali rigenerazione, vita o, forse, la fugacità dell’incanto. Così, malgrado certe inferenze circa ciò che sperimentiamo, noi trasformiamo mere successioni temporali in senso e forme.

In questo modo, noi esseri umani strutturiamo le nostre vite temporali attorno alle nostre narrazioni. Alcuni racconti tenderanno a restare nel primo piano dei propri impegni e orientamenti. Questi includono considerazioni come l’idea che abbiamo di noi stessi e quelle circa le relazioni che abbiamo con gli altri. Altri racconti, quali come organizziamo la nostra giornata, saranno più raramente menzionati.

La maggior parte delle nostre narrative, anche se riguardano la temporalità della nostra esperienza umana soggettiva, sono, tuttavia, socialmente costituite, come le professioni che richiedono percorsi socialmente istituiti per ottenere tale status, che poi determinerà in gran parte l’identità delle persone stesse.

Alcuni racconti sono intimi e personali, sulla base delle esperienze e degli impegni assunti da individui indipendentemente dalle aspettative tradizionali e dalle temporalità. Questo tipo di narrativa appartiene agli innovatori. Questi sono quelli che puntano non solo al di là della sequenzialità anestetizzante del mero tempo meccanico, ma hanno la capacità di aprire nuovi territori e panorami di crescita e autenticità umana. La discontinuità è la chiave: il momento pregnante in cui qualche evento, inaspettato e promettente, pur se individualmente molto impegnativo, si verifica.

Abbiamo bisogno di questi momenti, apparentemente fuori dal tempo. Sono momenti in cui emergono nuove possibilità. Le narrative che strutturano tali spazi di esposizione, improvvisi e inaspettati, tenderanno a deviare dalle strutture standard di causalità, “B a causa di A”. Avranno crepe e rotture, avvicinando al come noi genuinamente sperimentiamo qualcosa, contrariamente al solo “lasciarsi portare” dalla temporalità. L’innamoramento è un contesto narrativo del genere.

Se la temporalità è imprescindibile, aprirci a temporalità “altre” ha il potere di investire la nostra vita con nuovi orizzonti di senso di quanto possa offrire una vita unicamente scandita su un ripetersi di un tic- tac….