
Un distacco glaciale a 5.200 metri ha scatenato una colata di ghiaccio, roccia e detriti che ha travolto villaggi, strade e una diga idroelettrica al confine tra Tibet e Nepal. Oltre 150 morti accertati, centinaia di dispersi. E una domanda che i titoli internazionali hanno quasi ignorato: quante delle vittime erano abitanti, e non turisti?
Crisi climatica: il ghiacciaio himalayano crolla
Della devastante frana che il 27 agosto 2026 ha colpito la valle del fiume Bhote Koshi, al confine tra Tibet e Nepal, due cose colpiscono in modo particolare. La prima è la violenza delle immagini. La seconda è come i media abbiano raccontato l’evento: concentrati quasi ovunque sul numero dei turisti dispersi, quasi in silenzio sul numero degli abitanti morti.
Nella ricostruzione più accreditata, la frana ha avuto origine dal distacco della parte inferiore di un ghiacciaio a circa 5.200 metri di quota. La massa di ghiaccio e roccia è precipitata per oltre un chilometro fino al fondovalle, ha ostruito il corso d’acqua e poi ceduto di colpo, generando un’onda di piena improvvisa. I villaggi di Syapru Besi e Timure sono stati travolti. Strade, ponti e una centrale idroelettrica distrutte. Il bilancio provvisorio parla di oltre 150 morti in Nepal e almeno tre in Tibet, con centinaia di dispersi su entrambi i lati del confine.
Il contesto è quello di una crisi glaciale già in corso da decenni: i ghiacciai dell’Hindu Kush Himalaya perdono massa a un ritmo doppio rispetto al 2000, e le temperature elevate di questa estate – registrate anche in alta quota – hanno quasi certamente contribuito a indebolire ulteriormente la struttura del ghiacciaio. Un meccanismo già visto sulle Alpi, dal crollo della Marmolada in poi.
L’articolo racconta l’evento, la dinamica scientifica dietro al cedimento glaciale e una riflessione scomoda su chi, in queste tragedie, finisce nelle prime righe – e chi no.
Leggi l’articolo completo su Generiamo Salute →

